LINGUE CELTICHE ED EVANGELIZZAZIONE NELL’EUROPA TARDOROMANA ED ALTOMEDIOEVALE.

San Gerolamo ci informa del fatto che i Galati dell’Anatolia – quelli cui San Paolo indirizzava le sue lettere – sapevano ancora parlare, oltre al greco, la loro antica lingua, simile a quella dei Belgi. San Gerolamo, dunque, che di lingue se ne intendeva (è autore della traduzione della Bibbia dall’ebraico al latino), per esprimere la nozione che si trattava di una lingua celtica, la dichiara simile a quella dei Belgi. Orbene, tra l’Anatolia ed il Belgio (Belgica) vi erano molte altre terre la cui popolazione era costituita da Celti: dopo il ritiro delle lingue illiriche verso la parte più occidentale e poi verso quella più montuosa della Balcania (sopravvivono oggi soltanto nella lingua albanese) e prima che Slavi e Finno-màgiari irrompessero verso ovest e verso sud, l’intera Dacia (detta dai Greci Galatìa, e cioè Gallia: ancor oggi Galati è una delle principali città rumene), la Dalmazia (corrispondente grosso modo all’intera odierna ex Jugoslavia), la Pannonia, il Nòrico, le Rézie, gli Agri Decumates, la Gallia Cisalpina, la Gallia Transalpina, la Germania Superior, le isole britanniche – oltre a molta parte dell’Iberia – erano popolate da genti prevalentemente celtiche o celtizzate.

Se San Gerolamo, allo scopo di trovare un esempio evidente, deve giungere fino al Belgio, ciò significa che le terre fra l’Anatolia ed il Belgio non presentavano più un aspetto chiaramente celtico, poiché non più parlanti prevalentemente ed evidentemente la antica lingua: esse apparivano ormai neolatine (salvo qualche sopravvivenza) quantomeno nei centri che contavano. I Belgi, invece, conservavano ancora in modo prevalente la antica lingua (ancor oggi i Belgi francòfoni, ancorchè passati alla lingua neolatina, vengono detti Valloni, e cioè Galli).

Nell’epoca attuale, per trovare una lingua celtica partendo dalla Anatolia, si dovrebbe attraversare in obliquo, in direzione nord-ovest, tutta l’Europa e giungere fino all’estrema penisola armoricana (la Bretagna) e ad alcune estreme porzioni delle isole britanniche (per trovarci poi soltanto brandelli geografici di parlate celtico-brittiche e celtico-gaéliche, quasi soffocate dal francese e dall’inglese).
Al tempo di San Gerolamo, quindi, le lingue neolatine già apparivano parlate dalla maggioranza delle popolazioni a sfondo gallico dell’Europa continentale , mentre la lingua originaria – certamente non del tutto scomparsa – si andava riducendo alle aree sociologiche o geografiche più marginali, come lingua di minoranza. La asserzione di San Gerolamo permette allora di situare nel quarto secolo, o poco dopo, quel periodo di tempo dalle tre alle cinque decine d’anni nel quale la lingua originaria perde, a favore dell’altra lingua, l’aspetto egemone nell’uso comune e concreto da parte della massa delle popolazioni abitanti le principali aree celtiche dell’Europa continentale.
E’ ovvio, tuttavia, che la vecchia e la nuova lingua siano convissute piuttosto a lungo: gli stessi Galati citati da San Gerolamo, che sapevano ancora parlare la loro antica lingua, oltre al greco, sarebbero sembrati “Greci” ad un viaggiatore non specificamente versato, poiché l’antica lingua celtica era certamente usata prevalentemente in famiglia, fra le persone meno colte, nelle zone rurali, con un uso che può sociologicamente – ma non certo glottologicamente – definirsi “dialettale”.
Sorge allora spontanea una domanda: se nel IV-V secolo è situato il periodo in cui la lingua neolatina diviene egemònica, anche nel parlare comune in quasi tutta l’Europa continentale a sfondo etnico celtico, quanto a lungo sono sopravvissute isole linguistiche celtiche nelle zone più appartate di quella stessa area?

Al quesito si può dare una risposta di massima osservando le modalità geografiche di svolgimento di un fenomeno che sembra non aver nulla a che fare con il dato etnico, fenomeno che può essere invece grandemente rivelatore: la predicazione cristiana in Europa. Essa si svolge dal primo secolo in poi, nello