Giuliano CONFALONIERI. Li portorno via morti, poveracci. Sur sangue ce buttorno un po’ di rena e poi vennero fora i pajacci (Cesare Pascarella).

Un ricordo personale mi riporta agli anni immediatamente dopo la fine della seconda guerra mondiale quando, ancora ragazzo, fui assunto insieme a qualche coetaneo dal Circo Darix Togni –  insediato per un breve periodo in Via Rovello a Milano – per girare tra gli spettatori delle gradinate con bibite e caramelle. Una piccola percentuale per ogni vendita e lo spettacolo ‘a gratis’ erano il premio per le serate passate con la cassetta delle gassose al collo. Era il periodo in cui tutti volevano riemergere dalla nebbia della guerra, dimenticare le bombe ed il terribile odore degli incendi che stagnava da mesi nell’aria.
L’arrivo del circo era dunque un avvenimento simbolico, la rinascita dal tremore e dalla morte. Da quell’esperienza breve ma intensa nacque la mia passione per quel tipo di spettacolo, per la sua storia, per il variopinto carosello della pista e per i retroscena che il pubblico non poteva vedere. Ancora adesso ricordo l’emozione di ‘vivere’ la pista con la voce del presentatore, la musica dell’orchestrina appollaiata, il calore del pubblico, gli hop-là dei trapezisti, la leonessa Brescia richiamata all’ordine da Darix nella grande gabbia montata in pochi minuti dagli inservienti, i clown che strappavano gli applausi.
Fino a qualche decennio fa le antenne imbandierate che sorreggevano il tendone multicolore erano spesso presenti nelle aree urbane o nelle periferie che nel secondo dopoguerra si stavano riempiendo di nuovi caseggiati per l’urgenza di dare un tetto alla moltitudine di persone che cercava lavoro e benessere nelle future megalopoli. Darix Togni con il gruppo di leoni berberi – numero centrale dello spettacolo – incrementava l’odore di selvatico mescolandolo alla segatura mossa dagli artigli, al fumo ed al sudore. Sotto lo chapiteau il pubblico si estraniava dalla routine di ogni giorno per dedicarsi allo spettacolo fatto di esotismo, agilità e comicità popolare.
Il circo è stato definito da Ernest Hemingway (1899/1961, scrittore di successo e appassionato di caccia grossa a 360°) “l’unico piacere eterno che ci si possa procurare pagando”.
In piazza, sua sede naturale, lo spettacolo popolare viaggiante è un tipo di divertimento genuino e diretto: fachiri e saltimbanchi, famiglie itineranti che con pochi riflettori, un semplice velario e sedie in plastica ricreano l’atmosfera dello chapiteau sul quale baluginava il nome di uno dei giganti del mondo circense.
Ideato nel 1770 dall’inglese Philip Astley, già sergente maggiore dei dragoni, organizzatore a Londra (in un maneggio di fronte a Westminster) di maestrie equestri, funambolismi dei saltimbanchi, cani e scimmie ammaestrate dalla compagnia italiana Ferzi. Una decina d’anni più tardi costruì un anfiteatro di legno (Astley’s Royal Amphitheater of Arts) in concorrenza con il Royal Circus. Quando la struttura in legno fu distrutta da un incendio, Astley ricostruì il proprio circo dotandolo di un palcoscenico e di una platea circolare, antesignana della pista che sarebbe diventata, dopo la seconda metà dell’Ottocento, il centro e l’emblema di questo tipo di divertimento.
L’udinese Antonio Franconi (1737/1836) assunse la gestione dell’Amphithéatre parigino fondato nel 1782 dallo stesso Astley. Il capostipite della famiglia – rifugiatosi in Francia per avere ucciso un rivale – ebbe largo successo come cavallerizzo e ammaestratore di piccioni; i Franconi diedero al circo numerosi artisti impegnati nel Cirque Olympique inaugurato nel 1807 da Antonio ed ereditato dai figli Laurent ed Henri, il primo dei quali fece lavorare un cervo.  
Le antenne imbandierate si diffusero in Europa e negli Stati Uniti dove, nell’Ottocento, cominciò ad operare Phineas Taylor Barnum (1810/1891, nel 1854 scrisse “Autobiography”), giornalista e impresario, che presentava fenomeni e curiosità; le sue tournée diventarono famose quando nel 1871 assemblò “il