Giuliano CONFALONIERI. Commemorazione di Ernest Willer Hemingway.

Cinquanta anni fa moriva lo scrittore Ernest Miller Hemingway (1899/1961). Premio Nobel per la letteratura nel 1954, i numerosi libri scritti nel corso di una vita avventurosa hanno la caratteristica di appartenere al filone delle esperienze personali traslate in avvincenti dialoghi tra i vari personaggi – dei quali era uno specialista – e in fedeli ricostruzioni ambientali.


Sanguigno, amante della corrida, della caccia e del rischio, giornalista e instancabile viaggiatore, scrisse “Fiesta”, “Addio alle armi”, “Morte nel pomeriggio”, “Verdi colline d’Africa”,Per chi suona la campana”,49 racconti”.


Quando si accorse che la vitalità intellettuale e le forze fisiche diventavano opache, si ripiegò nelle opere angoscianti “Di là dal fiume e tra gli alberi”, “Il vecchio e il mare” (premio Pulitzer) e postumo “Isole nella corrente”.


Soprannominato Papa, lo scrittore americano decise di porre fine alla propria vita con un colpo di fucile, sgusciando così dall’incombente minaccia della depressione e della vecchiaia. Un sessantenne famoso e ricco di esperienze, riconobbe i segni del declino abbandonandosi a una tetra nostalgia: “Le sue pagine sono pervase da un senso assoluto della vigoria morale e fisica, dallo sprezzo del pericolo ma anche dalla perplessità davanti al nulla che la morte reca con sé”. Questa frase condensa le qualità e le debolezze dell’uomo Hemingway, sposatosi quattro volte, esule a Parigi durante gli anni Venti con una vita sociale abbastanza irrequieta, probabilmente retaggio dell’abitudine di avere vissuto la fanciullezza a contatto con la natura, con gli indiani della riserva curati dal padre medico, con l’abilità nell’uso del suo primo fucile, con rudimentali lezioni di boxe. Furono due insegnanti della scuola – frequentata malvolentieri – a comprendere le possibilità letterarie del ragazzo: così lo spinsero a collaborare con alcuni giornali come cronista.


Quando gli USA entrarono nel primo conflitto mondiale, Ernest decise di arruolarsi volontario per venire in Europa (come lui furono attratti dall’esercito giovani che sarebbero diventati scrittori famosi, John Dos Passos, William Faulkner e Scott Fitzgerald) come autista di ambulanza. Sul Piave, con un ferito in spalla, fu colpito alla gamba destra da una mitragliatrice. Operato a Milano, dopo tre mesi di degenza, ritornò a casa.


Non soddisfatta del modo di vivere del figlio, la madre convinse il marito a tagliargli il mantenimento. Ernest riuscì comunque ad affermarsi come giornalista e perciò riuscì a ritornare in Europa con la prima moglie.


Intervistò Mussolini, visitò Spagna e Francia, conobbe celebri toreri, gli scrittori James Joyce e Ezra Pound. Seconde nozze, suicidio del padre, grande successo per “Addio alle armi” sia in veste cartacea sia per l’omonimo film tratto dal testo. Terzo matrimonio e nuovo successo (centomila copie vendute nella prima edizione) con “Per chi suona la campana”. L’omonimo film interpretato da Gary Cooper e Ingrid Bergman con i conseguenti cospicui incassi non impedirono allo scrittore di iniziare a bere e ad avere una relazione con colei che diverrà la quarta moglie.


In Italia come corrispondente di guerra, entrò a Parigi liberata con la Quarta Divisione. Emicranie, l’alcool e due polmoniti minarono il suo fisico robusto: ciononostante il nomadismo naturale lo spinse ancora nel mondo delle corride e dei safari.


Nella sua vita gravi incidenti d’auto, lo schianto del piccolo aereo sul quale viaggiava con la moglie e le fiamme dalle quali fu avvolto a Nairobi, lo minarono definitivamente. Gli ultimi mesi di vita furono tremendi: perdita di memoria, allucinazioni, sedute di elettroshock, manie di persecuzione, nefrite, epatite, diabete fino al colpo finale di fucile: “è meglio morire nel periodo felice della giovinezza non ancora