Gianfranco CORTELLI: La Biblioteca di Alessandria.

Alcuni si pongono la domanda: Internet segnerà la fine professionale ed economica delle case editrici, delle stamperie e dei librai? La morte del libro stampato e delle belle edizioni?

Non si può dare una risposta compiuta perché troppo rapidi, complessi e condizionati da molti fattori saranno i cambiamenti dei gusti e delle abitudini delle prossime generazioni. Per ora non vi sono avvisaglie che ciò possa accadere e con questa speranza, due anni fa si è realizzato un avvenimento enormemente significativo ed anche simbolicamente importante per la cultura di tutta l’umanità: sotto il patrocinio dell’UNESCO è sorta nuovamente, come una moderna fenice, la nuova Biblioteca alessandrina.

Ma andiamo indietro nel tempo, in Egitto, all’inizio del III sec. a.C. Demetrio Falereo, erudito e sodale di Teofrasto, allievo di Aristotele, concepì l’idea di mettere a disposizione dei dotti tutto il sapere dell’uomo e di tramandarlo ai posteri. Alessandria poteva essere la depositaria di questa rivoluzionaria ed ardita opera e Tolomeo Sotere con il figlio Tolomeo Filadelfo, straordinari cultori delle arti e delle lettere, decisero di realizzare la fantastica iniziativa. La raccolta delle opere sarebbe divenuta sistematica, secondo i principi aristotelici, in un tempo in cui risultava estremamente arduo raccogliere tavolette, papiri e pergamene ed in cui la diffusione dei testi era privilegio riservato agli archivi dei re, ai sacerdoti dei templi ed ai ricchi privati. Ad ogni nave che attraccava nel porto di Alessandria venivano chiesti i libri presenti a bordo, per poter essere copiati e poi restituiti. All’uopo fu istituita la carica di “Ispettore della Biblioteca”, personaggio deputato alla ricerca ed alla duplicazione di ogni testo possibile, fino a che la Biblioteca raggiunse l’iperbolica cifra di oltre 700.000 papiri. Gli eruditi che la frequentarono furono Euclide, Eratostene, Archimede, Erone, Aristarco di Samo, Zenone di Elea, Callimaco e tutti i più grandi studiosi dell’antichità, nel corso dei secoli. Ma all’ambizioso progetto di Tolomeo si aggiunse anche un tempio dedicato alle Muse, inteso come centro di raccolta critica di tutto ciò che poi veniva conservato nella biblioteca: da tale istituzione nacque il nome ed il concetto quattrocentesco di “Museo”. Così, se all’inizio s’intendeva raccogliere solamente i libri di autori greci, ben presto le collezioni si arricchirono anche di testi di ogni idioma, che spaziavano in tutti i campi e che provenivano dalle più lontane terre. Vi era conservata la “Storia del mondo” del sacerdote babilonese Baroso, oppure l’intera opera di Manetone, sacerdote egizio, o ancora i testi del fenicio Moco, che riprendeva le teorie sull’atomo; vi si trovavano poi i libri di alchimia e medicina e la tradizione riporta che vi fossero anche opere provenienti dall’India.

Tutto si sviluppò e crebbe per circa tre secoli, fino a quando nel 47 a.C. il fuoco appiccato dai legionari di Cesare alla flotta di Cleopatra, si estese per errore alla Biblioteca, che sorgeva in riva al mare, e circa 40.000 rotoli di papiro andarono distrutti. Fu la stessa Cleopatra a ricostruire sulla collina di Rhakotis una sorta di biblioteca gemella, più lontana dal porto e dai rischi che esso comportava. Seguirono però anche gli incendi per opera di Zenobia, regina di Palmira e di Diocleziano nel 295. Ma ancora la Biblioteca viveva ed era meta di studiosi provenienti da ogni dove. Ormai il tramonto del mondo classico era alle porte: il cristianesimo si diffondeva sempre più e con esso anche alcuni episodi di intolleranza. Fu questo il caso del vescovo Cirillo (o Teofilo?), che nel 392 ordinò di dare alle fiamme i testi pagani e quelli di alchimia e magia e così se ne andarono in fumo circa due terzi dei restanti papiri. Unica depositaria della scienza greca rimaneva una donna, Spazia, pagana, astronoma e scienziata, a capo della Scuola neoplatonica di Alessandria. Ella rifiutò di convertirsi al cristianesimo