Barbara CARMIGNOLA: La valenza meta-artistica dell’iconografia di Amore e Psiche.

Nel secondo corridoio della Galleria Uffizi è conservato un gruppo scultoreo che rimanda ad una delle più antiche opere ispirate all’iconografia di Amore e Psiche, si tratta di una copia romana di un originale ellenistico del IV sec. a.C.; anche la Psiche afflitta conservata ai Musei Capitolini di Roma è una copia di produzione romana di un originale greco databile nello stesso arco di tempo; nel castrum di Ostia, che la tradizione attribuisce ad Anco Marzio, quarto re di Roma, sorge la cosiddetta domus di Amore e Psiche, una delle case dalla tipica struttura a peristilio, datata IV sec. d.C., così denominata perché, nonostante il trascorrere delle ere, ancora reca tracce della celebre iconografia celebrativa delle storie dei due innamorati.

Passando per il periodo rinascimentale, per Raffaello e Giulio Romano, fino a giungere al neoclassicismo di Canova, possiamo notare come la fortuna di questo soggetto sia rimasta immutata nel tempo; riteniamo, quindi, d’indubbio interesse indagare le ragioni di questa sempiterna attualità di un’iconografia che assimila reperti archeologici millenari ad opere d’arte cui al massimo sono riferibili un paio di secoli di storia.

La rappresentazione congiunta dell’Anima e di Eros, che circola almeno dal IV secolo a.C., preesiste all’adozione dei due personaggi nella favola apuleiana che, stando all’ipotesi di Carl Schlam, si sarebbe ispirata non solo ad antiche fonti letterarie e filosofiche ma anche alle preesistenti opere d’arte che su questo tema erano state prodotte.

In statue, vasi, pitture murali, gemme, rilievi su sarcofago, antecedenti alla stesura delle Metamorfosi di Apuleio (II sec. d.C.), è frequente trovare la raffigurazione di una fanciulla alata oppure semplicemente di una farfalla: sono i primi esempi dell’iconografia di Psiche-anima, legittimata dal doppio significato della parola greca Ψυχή, che indica ad uno stesso tempo il soffio vitale e la falena.

Solo in tempi successivi a Psiche viene affiancata la figura di Eros: le immagini più semplici presentano delle rappresentazioni di carattere piuttosto statico nelle quali il dio è colto nel atto di abbracciare la fanciulla oppure con la farfalla posata tra le mani. Insieme al diffondersi del motivo si assiste ad una diversificazione iconografica che si codificherà nei secoli in stilemi ben precisi: Psiche è alternativamente rappresentata sola e afflitta, impegnata a subire o ad infliggere tormenti al suo amante, stretta a lui in un abbraccio oppure colta nel momento del bacio.

La favola di Amore e Psiche, baluardo del neoplatonismo di stampo plotiniano e ficiniano, è stata ampliamente sfruttata in ambito rinascimentale, e come abbiamo appurato anche in tempi più remoti, per esaltare, con mezzi artistici, la congiunzione, teorizzata nel Fedro platonico, dell’anima e di Amore, raggiunta attraverso quella Bellezza che altro non è se non “un tralucere dell’intelligibile nel sensibile” (Platone, Fedro, 250 B), un ponte levatoio gettato tra la realtà fenomenica e l’Iperuranio, residenza delle Idee.

Platone nel Fedro scriveva: “Infatti, come è stato detto, ciascun’anima di uomo, per sua natura, ha contemplato gli esseri, altrimenti non sarebbe venuta in questo vivente. Ma, il ricordarsi di questi esseri, procedendo dalle cose di quaggiù, non è cosa facile per tutte le anime: non per quelle che videro con un breve sguardo le realtà di lassù, non per quelle che, cadute quaggiù, ebbero la cattiva sorte, e trascinate all’ingiustizia da cattive compagnie, caddero nell’oblio di quelle realtà sacre che videro allora. Restano poche anime nelle quali è presente il ricordo in maniera sufficiente. Queste, quando vedono qualcosa che sia un’immagine delle realtà di lassù, restano colpite e non rimangono più in sé. Però non sanno che cosa provano, perché non lo percepiscono perfettamente” (Platone, <