Barbara CARMIGNOLA: La Cattura di Cristo del Caravaggio.

La “Cattura di Cristo” di Caravaggio, magistrale quadro del ‘600 attribuito al Merisi solo nel 1993 dopo che per lunghi anni era stato considerato perso, è giunto al Museo Diocesano di Milano, dove rimarrà esposto dal fino al 9 gennaio. Il dipinto, ad olio su tela, conservato a Dublino, è il protagonista della terza edizione di “Un capolavoro per Milano”, evento che la sede ospitante e Bipiemme Gestioni organizzano annualmente e che, nelle precedenti edizioni, ha avuto modo di accogliere altre opere di indubbio valore quali l’”Ecce homo” di Antonello da Messina e “L’annunciazione” di Beccafumi.

L’occasione di questa breve permanenza in Italia rappresenta per l’opera, alla quinta uscita da Dublino dall’anno della sua scoperta, una strada per accrescere la sua notorietà.

Dipinta nel 1602 su commissione di Ciriaco Mattei, per il quale l’artista realizzò anche la “Cena di Emmaus” (ora a Londra) ed il “S. Giovanni Battista” dei Musei Capitolini, la “Cattura di Cristo” nell’orto racconta in immagini il momento del tradimento di Giuda, il bacio nefando che porta alla morte il Redentore.

Questo preciso istante in cui la storia dell’umanità cambia per sempre viene immortalato dal Caravaggio in uno stupendo notturno. Il buio del peccato avvolge ogni cosa, pochi fulgidi bagliori rischiarano questa notte senza tempo: il luccichio delle armature dei soldati romani, il volto presago del Cristo, le sue mani intrecciate, l’urlo di San Giovanni bloccato di tre quarti sulla tela. L’unico colore che squilla in quest’oscurità dilagante è il rosso acceso dei panneggi, quasi una metafora coloristica, un sinestetico accostamento, tra la cromia delle vesti ed il sangue del Golgota, chiamato ad evidenziare la drammaticità dell’attimo e delle espressioni e ad incorniciare in un’unica parabola, carica di molteplici valenze, le teste del tradito e del traditore. L’unico volto che ci si rivolge, che ci è dato di percepire per intero è quello del Salvatore, gli altri personaggi, di profilo, di spalle, ci sfuggono, non ci è permesso di cogliere i loro tratti, di ricomporre i loro volti, non hanno la stessa dignità iconica del Cristo. L’evidente sbilanciamento a sinistra dell’immagine è reso attraverso le direttrici motorie e luministiche dell’opera.

Per molti anni dimenticata nella chiesa dei Gesuiti di Sant’Ignazio a Dublino, riscoperta nel 1990, la tela, attribuita nel 1993 da Sergio Benedetti al maestro del colorismo secentesco, è stata ubicata nello stesso anno nelle sale della National Gallery of Ireland. Fino ad una decina di anni fa, dunque, di questo capolavoro si conoscevano unicamente delle copie diffuse ovunque, una delle quali si trova al Museo d’arte occidentale di Odessa. Ancora oggi, nonostante il dipinto irlandese sia stato riconosciuto dalla critica come autentico, ci sono studiosi come l’esperta Maria Letizia Paoletti che sostengono l’inautenticità caravaggesca dell’opera. La Paoletti afferma altresì di avere delle prove inoppugnabili per dimostrare che il vero originale si trova, in realtà, nelle mani di un mercante d’arte romano.

La storia conosciuta del dipinto è molto travagliata e ci sono voluti lunghi e approfonditi studi d’archivio e un attento restauro perché Sergio Benedetti, nel 1993, potesse considerarlo con certezza l’autentico Caravaggio. Dagli archivi risulta che fino al 1700 il quadro si trovava nella collezione Mattei, sebbene gli inventari lo citassero con attribuzione a Gerhard von Honthorst, pittore fiammingo. Di certo l’opera venne acquistata nel 1802 da Sir William Hamilton, che la portò nella sua residenza in Scozia dove rimase fino al 1921, anno in cui gli eredi misero all’asta i beni della collezione. Vi furono diversi passaggi di proprietà fino a quando, all’inizio degli anni ‘30, Marie Lea Wilson, pediatra di Dublino, donò il dipinto ai Gesuiti della chiesa di Sant’Ignazio di Loyola. Quando questi ultimi nel 1990 interpellarono Benedetti per vagliare l’originalità di a