Barbara CARMIGNOLA: Il ramo d’oro tra mitologia, letteratura e arte.

La lunga credenza nelle proprietà esoteriche e taumaturgiche del “ramo d’oro” segna una vorticosa spirale che dipartendo dalla mitologia druidica, passa per il VI canto dell’Eneide virgiliana, confluendo nell’Innamorato di Matteo Maria Boiardo per trovare esemplificazioni artistiche in Italia e non solo ed un posto privilegiato nel formulario alchemico. Compiere anche solo pochi passi nella direzione del ramo d’oro vuol dire perdersi nei labirinti della cultura occidentale e ritrovare un piccolo frammento di conoscenza.

Con queste parole la valchiria Sigrdrífa istruiva Sigurðr sui misteri della vita: “Devi conoscere le rune dei rami, se vuoi essere medico / e saper riconoscere le ferite; / le devi incidere sulla corteccia e sul legno dell’albero, / i cui rami siano rivolti ad oriente”.

L’albero nella mitologia nordica, i suoi rami in particolare, hanno notevole valenza da un punto di vista magico ed esoterico. Ad esso sono legati numerosi culti preposti ad ottenere superiori conoscenze ed un’imperitura esistenza. Connessa al bacino di superstizioni dell’Europa del Nord è la venerazione per il ramo d’oro che è collegata a numerose pratiche druidiche di magia vegetale. Il ramo d’oro altro non è che un ramo di vischio che cresce come un parassita sulla quercia succhiando da essa la linfa utile alla sopravvivenza e rimanendo verde mentre l’albero perde le foglie, assumendo invece un forte color oro quando, reciso, si secca. Occupando una posizione intermedia tra cielo e terra è considerato tramite per sogni profetici, protettore dal fuoco e dai mali del mondo e amuleto contro la stregoneria, emanazione del Sole e figlio del fulmine, utile mezzo per scoprire i tesori nascosti nelle viscere della terra e propiziarsi ogni ricchezza.

La stessa etimologia della parola “druido” è stata messa in correlazione con il legno costitutivo degli alberi per cui il nome di quest’antica casta sacerdotale si sarebbe formato, secondo Plinio il Vecchio dal greco δρũς, quercia (albero già in Grecia considerato sacro a Giove e sede d’oracoli), secondo Markale, specialista di letterature e leggende celtiche, apponendo il prefisso “dru” alla parola “vidu” che indica per l’appunto il legno.

La conoscenza molto approfondita già in Plinio della tradizione magico-scientifica tipica del druidismo nella Roma latina, dove rappresentava una tra le mode più diffuse, fa supporre che queste pratiche siano state integrate nei culti romani, spiegando la loro conoscenza in terra italica. In effetti lo stesso Virgilio sembra aver assunto nell’Eneide, con l’episodio del Ramo d’oro svelto da Enea per propiziarsi il viaggio infernale, un tema del suo paese natale (la Padania era stata colonizzata dai celti) dandogli una connotazione latina con la consacrazione a Proserpina. Il desiderio druidico di raggiungere il divino per mezzo dell’elemento vegetale ricolmo di carica magica è infatti lo stesso presente nella leggendaria discesa di Enea agli Inferi: l’eroe deve procurarsi il ramo per garantirsi la possibilità di attraversare indenne le tenebre. La quercia su cui cresce il ramo, incarnando la saldezza e la possanza, è a sua volta il corrispettivo vegetale dell’eroe, in tal caso di Enea.

Non vi è dubbio quindi che all’episodio del ramo d’oro in Virgilio sia sottesa una valenza misteriosa che nei secoli ha contribuito a conferire al poeta latino l’attributo, in alcune epoche spregiativo, di “Mago”. In virtù del suo ampio retroterra esoterico il ramo fu adoperato infatti dagli alchimisti quale simbolo di rigenerazione a nuova vita ed in tale valenza si ritrova nella miniatura contenuta nello Splendor Solis di Salomon Trimosin (sec. XVI).

Contemporaneamente al suo utilizzo nelle pratiche esoteriche e alchemiche, il fascino sotteso a quest’ancestrale credenza che faceva del ramo d’oro l’intermediario del mondo degli elementi superni si perpetuava nella tradizione letteraria con Boiardo nell’Innamorato. Se nel