Barbara CARMIGNOLA: C’era una volta Angkor.

In Indocina, nell’estremo oriente asiatico, tra il IX ed il XIII secolo, sorgeva l’impero dei Khmer. La White Star, quale tangibile omaggio verso questa civiltà ancora poco studiata, ha dato alle stampe un prestigioso volume di Marilia Albanese, “Angkor, fasto e splendore dell’Impero Khmer” (White Star, Vercelli 2002, pp. 296, € 75).


Rilievi, statue ed edifici, disseminati in un’area che si estende tra Laos, Cambogia e Thailandia, restano ancora oggi a testimoniare la vastità di questo regno, vestigia di una civiltà che seppe esercitare un gusto proprio, quantunque influenzato dalla vicina India.


Gli Khmer fusero nella loro cultura Induismo e Buddismo ed elaborarono un proprio patrimonio ancestrale a memoria del quale rimangono ancor oggi gli imponenti templi, considerati dimora degli dèi e, per questo, uniche strutture costruite con materiali durevoli come pietre e mattoni.


I templi della piana di Angkor erano collocati al centro di specchi d’acqua collegati fra loro da una rete di canali alimentata da un complesso sistema idrico. Tale impresa, insolita nelle antiche civiltà, rese la piana di Angkor un impero a sé stante, connotato da un esteso tessuto acquatico dominato da una miriade di risaie costellate di bacini e segnato dalle piramidi dei templi-montagna, simboli del monte Meru che rivestiva il ruolo di perno ordinatore dell’universo.


L’edificazione dei templi, strettamente connessa con norme magico-simboliche, incanalava le forze divine sulla terra e trasformava il sovrano, che ne era l’anello di congiunzione, in un’incarnazione della Divinità. Nei bassorilievi di questi edifici sacri sono scolpiti eventi mitici e le divinità del pantheon locale, le battaglie ed elementi della vita quotidiana. I bassorilievi del Bayon, il tempio costruito da Jayavarman VII nei secoli XII e XIII illustrano, per esempio, la vittoriosa battaglia di Jayavarman sui Cham, evento storico e non mitologico. In una scena dell’ala sud della galleria meridionale compaiono i fanti, un cavaliere probabilmente loro condottiero e due elefanti da guerra. Sullo sfondo si intravedono parasoli e stendardi, elementi importanti per stabilire il rango degli ufficiali.


Attraverso i fregi scolpiti e l’analisi dei reperti archeologici, il libro traccia le linee guida della società khmer, dai vertici indianizzati della corte fino al popolo delle risaie.


Scopriamo così che il regno era diviso in province, definite talora praman, talvolta vishaya, governate da principi o alti dignitari che potevano essere ulteriormente suddivise in distretti a loro volta composti da un numero variabile di villaggi, sruk o grama. Funzionari di rango diverso erano preposti alla riscossione delle tasse e alla gestione del territorio, distinti dal tipo di palanchino e dal numero di parasoli. Reggere i parasoli, gli scacciamosche e i ventagli, fatti di frasche, piume e stoffe, era una funzione importante e chi la espletava doveva appartenere ad una categoria sociale elevata.


I templi erano esentati dalle tasse, erano anzi dotati di prebende spesso appartenenti ad importanti famiglie che veneravano, accanto alla divinità principale, anche i loro antenati. Contingenti di khnum, non proprio degli schiavi, i cosiddetti “dedic