Andrea DUSIO: Riflessioni su Caravaggio e l’Europa.

La mostra “Caravaggio e l’Europa – Il movimento caravaggesco internazionale da Caravaggio a Mattia Preti” impone più di una riflessione sull’effettiva possibilità di realizzare oggi un grande evento, destinato a raccogliere “numeri” importanti quanto le mostre-moloch oggi di moda, e che però riesca a dire qualcosa di rilevante anche sotto il profilo squisitamente scientifico.

Un tentativo complicato, peraltro, dalla persistenza di un approccio “romantico” alla figura di Caravaggio, il cui mito scapigliato alberga ancora, con conseguenze devastanti, persino nell’immaginario della critica specializzata. Ogni accadimento che coinvolga dunque il nome del Merisi è destinato inevitabilmente a essere veicolo involontario di cattiva letteratura.
Ed è sempre più vana la speranza di coloro che sperano di assistere a un dibattito critico sgombro dai fantasmi di un mauditismo di maniera. Mauditismo la cui luce nera si allunga con effetto particolarmente pernicioso sugli stessi epigoni del Caravaggio, su di cui si concentra l’orizzonte di studi legato alla mostra milanese, e che rischiano, a causa di un deleterio meccanismo di proiezione psicologista, di apparire prima che emuli di una lezione stilistica, scimmiottatori di una temperie morale, che ne determinerebbe finanche le scelte iconografiche.

Tutto falso, tutto da cancellare, soprattutto per non confondere ulteriormente le idee al pubblico che si muove tra le sale di Palazzo Reale, e che è già comprensibilmente frastornato da ciò che vede (moltissime le opere di straordinaria qualità, molti anche i quadri poco rappresentativi e francamente brutti, scarso l’apparato d’informazioni a supporto del visitatore che poco sa all’inizio e non molto di più alla fine della mostra).

Ciò premesso, va chiarito che l’operazione concepita dal curatore Vittorio Sgarbi è in parte riuscita, e che molte delle critiche mossegli sono pretestuose: impossibile avere più quadri di Caravaggio di quegli esposti (semmai preoccupa il tour de force a cui è stato ultimamente sottoposto il “Seppellimento di Lucia” di Siracusa, già portato a Torino nella scorsa primavera, dipinto eccezionalmente magro di pittura), difficile esporre così tante opere con una qualità media più alta di questa.

È forse l’idea stessa di mostra-evento che incontra ineluttabilmente, in un’occasione come questa, il suo limite attuale. Se cioè non è più possibile, per certi “nomi”, fare rassegne come quella che Roberto Longhi nel 1951 dedicò allo stesso Caravaggio, probabilmente si dovrebbe perimetrare con rigore maggiore (a costo di essere autocastranti) l’orizzonte d’interesse e di studi coperto da un evento come questo. Non solo meno quadri, dunque. Ma anche un atteggiamento meno ondivago e onnivoro nella proposizione di problemi e soluzioni.

Resta poi sullo sfondo la sensazione che sia sempre più difficile soddisfare allo stesso modo “avventori occasionali” e il pubblico ristretto degli specialisti, anche se sembra in qualche modo tramontata l’epoca in cui Palazzo Reale ospitava rassegne letteralmente senza né capo né coda sotto il profilo scientifico, come all’epoca di “L’anima e il volto”, la mostra curata da Flavio Caroli che rappresentò a suo tempo l’acme dell’invasione psicologista nel terreno di pertinenza della storia e della critica d’arte.

Per ciò che concerne l’idea di Caravaggio che si ricava da questa mostra, non si può non sottolineare la circostanza pressoché irripetibile di veder riuniti in un solo luogo tre quadri siciliani. Il seppellimento di Lucia è la prima opera nell’isola del Merisi, compiuta nell’autunno del 1608, durante il breve soggiorno a Siracusa. Oggi appare del tutto plausibile, anche in ragione della visita compiuta dal Caravaggio alle latomie siracusane, assieme allo studioso di archeologia Vincenzo Mirabella, che il pittore abbia compiuto ricostruito con opera d’immaginazione l’ambiente delle catacombe di Santa Lucia, allora inaccessibile, pro