Pier Luigi Guiducci. Storia della chiesa. La chiesa nascente di fronte alla Sinagoga – Ebrei 1.

Dal punto di vista religioso, nel momento in cui Cristo viene nel mondo l’umanità è divisa in due gruppi: un piccolo numero di Ebrei e una moltitudine di pagani.
1) Nel paganesimo dominano il politeismo, l’idolatria e la superstizione, cioè l’assenza di una vera fede nell’Essere supremo e l’abbandono del retto culto verso la divinità.
Non manca, però, la coscienza della colpa, né la speranza in un Liberatore, specie negli spiriti più nobili. Il poeta Virgilio annuncia l’imminente nascita di un fanciullo che recherà agli uomini un’èra di pace e “l’ età dell’ oro”. L’avvocato e politico Cicerone conosce la profezia della venuta di un re, che bisogna seguire se si vuole ottenere la salvezza.
2) Nel mondo ebraico domina il monoteismo, cioè la fede nell’unico, vero Dio. Ma pure in questo credo la vita religiosa e la moralità conoscono gravi debolezze, per esempio la possibilità, anche facile, del divorzio. Il popolo seguiva le sètte politico-religiose dei farisei e dei sadducei…

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Autore: Pier Luigi Guiducci – plguiducci@yahoo.it

Mario Zaniboni. Abbazia di Pomposa, un “faro” nel delta del Po.

Andando da Codigoro, in provincia di Ferrara, verso il mare Adriatico, si vede elevarsi dalla monotona pianura padana un campanile, alto 48,5 metri, che da solo riempie tutto il panorama: é la parte principale dell’Abbazia di Pomposa, detta “del Delta del Po”, di cui si trova ai confini, che, dalla strada litoranea Romea, una delle maggiori vie di comunicazione dell’antichità, che unisce Chioggia a Ravenna, e che nel Medioevo era percorsa dai pellegrini diretti e Roma, dà il suo benvenuto al forestiero.
Questa è situata ad una cinquantina di chilometri da Ferrara e ad una ventina, verso nord, da Comacchio. E la sua vista rende interessante una pianura ben coltivata, ma che non avrebbe nulla da mostrare di diverso dal solito.
L’Abbazia si trova su quella che nell’antichità era chiamata l'”Insula Pomposiana”, essendo, allora, circondata dal Po di Goro, dal Po di Volano e dal Mare Adriatico.
Delle origini di questa Abbazia, purtroppo, non si sa molto. Si può solamente dire, dal poco che si ha a disposizione, che verso il IX secolo in quel luogo ne esisteva un’altra, ma di dimensioni inferiori: questa notizia si ritrova in un frammento della lettera, datata 874, inviata all’imperatore Ludovico II dal papa Giovanni VIII.
La sua autonomia decadde quando, nel 981, finì sotto la dipendenza del monastero di San Salvatore di Pavia, per finire, nel 1009, sotto la giurisdizione dell’arcidiocesi di Ravenna, guidata dall’abate ed arcivescovo Gerberto di Aurillac di Bobbio.
Più tardi, riuscì a liberarsi da quella servitù e, grazie alle donazioni di fedeli, divenne un centro culturale di tutto rispetto.
Nel 1026, l’abbazia fu consacrata dall’abate Guido. E fu in quel periodo che mastro Mazulo intervenne con la costruzione di un nartece, cioè di un vestibolo, a tre grandi arcate.
Nel periodo del suo massimo splendore, Pomposa favorì la conservazione e lo sviluppo della cultura, che ebbe, fra l’altro, il contributo della presenza del monaco Guido d’Arezzo, che mise a punto le note musicali; purtroppo entrò in disaccordo con i confratelli benedettini che in pratica lo costrinsero a togliersi dai piedi, cosa che lui fece, ritirandosi ad Arezzo, presso il vescovo Teodaldo.
Fra i personaggi illustri, che furono presenti a Pomposa, emerge la figura del teologo, vescovo e cardinale Pier Damiani, che vi visse dal 1040 al 1042.
L’Abbazia era fiorente, con la coltivazione dei terreni, con lo sfruttamento di una delle saline di Comacchio, con i suoi rapporti con altre entità politico-religiose italiane e con donazioni; ma tale stato durò fino al XIV secolo, perché nel frattempo era avvenuto un peggioramento nelle condizioni del suolo, nel quale l’impaludamento, sicuramente una delle conseguenze della famosa rotta del Po di Ficarolo del 1152, che causò la deviazione dal suo vecchio tracciato (che passava a sud di Ferrara rendendola ricca) direttamente verso il Mare Adriatico; e, a complicare la situazione, ci fu la formazione di incontrollati bacini di acqua non sempre corrente, dove proliferavano le zanzare, involontarie portatrici delle terribile malaria, che la faceva da padrona.
Nel 1653, il papa Innocenzo X soppresse l’Abbazia come monastero e, non interessando più il papato, nel 1802, fu venduta alla famiglia Guiccioli di Ravenna, che la cedette allo Stato Italiano alla fine del 1800.
Il 18 maggio 1965 ci fu l’intervento del papa Paolo VI, che concesse il titolo di abate di Pomposa ai vescovi di Ravenna, con la bolla Pomposiana Abbatia, titolo che, nel 1986, fu trasferito agli arcivescovi di Ferrara-Comacchio. E dal 2014, Pomposa è passata sotto la gestione del Ministero dei Beni Culturali attraverso il Polo Museale della Regione Emilia-Romagna.

Autore: Mario Zaniboni – zamar.22blu@libero.it

Michele Zazzi. Le vie cave etrusche.

Le vie cave (o cavoni o tagliate) etrusche sono percorsi viari scavati nel tufo a cielo aperto, tra alte pareti, che tortuosamente collegano il fondovalle con i rilievi collinari della regione tosco – laziale.
Le tagliate si trovano nei territori dell’Etruria meridionale interna rupestre e nell’area falisca nell’ambito delle odierne province di Viterbo, Roma e Grosseto. Cavoni etruschi si possono ammirare ad esempio a Pitigliano, Sorano, Sovana, Poggio Buco, Tuscania, Barbarano Romano, Bomarzo, Castro, Cerveteri, Veio, Viterbo, etc …
Le tagliate possono avere lunghezza fino ad un chilometro, larghezza di 2/4 metri, altezza fino a 20 metri (occorre comunque considerare che il livello di calpestio odierno è significativamente più basso di quello originario per essersi formato con il trascorrere del tempo) e pendenza tra l’11 ed il 18 %. Di solito presentano andamento curvilineo e talvolta si collegano tra loro. Frequentemente le tagliate sono collegate con tombe o necropoli. Nel suolo delle vie cave si trovano talvolta fori circolari e solchi di carro.
Alcune tagliate risulterebbero essere state scavate nel VII – VI secolo a.C. (ad es. Cava Buia e Cava di Pian del Vescovo a Blera) altre nei secoli successivi.
La funzione delle tagliate è incerta e dibattuta.
Secondo alcuni studiosi sarebbero delle vere e proprie vie di comunicazione, scavate probabilmente per collegare altopiani e valli e per abbreviare i percorsi da un centro all’altro.
Per una diversa opinione avrebbero funzione strategico – difensiva.
Altri studiosi opinano per una funzione sacrale: si tratterebbe di percorsi scavati per penetrare nella terra, per avvicinarsi alla dea madre, al fine di venerarla. Questa teoria troverebbe conferma sui simboli sacri ed iscrizioni che sovente si trovano scolpiti dagli etruschi sulle pareti delle vie cave. All’inizio del Cavone (a Sovana) inoltre è stato ritrovato un pozzetto votivo con oggetti in bronzo e ceramica di natura sacrale.
Secondo una tesi ulteriore avrebbero carattere funerario come sembrerebbe attestato dalla circostanza che spesso le vie cave risultano realizzate nelle vicinanze di tombe e necropoli.
E’ stato infine ipotizzato che possa trattarsi di opere per il deflusso delle acque; spesso nelle loro vicinanze vi sono canalizzazioni per le acque.
Nelle pareti delle tagliate in qualche caso si trovano iscrizioni in etrusco (ma anche in falisco ed in latino).
Le poche iscrizioni etrusche sono costituite da formule onomastiche maschili – di regola bimembri (sulla parete occidentale della via cava della Cannara, presso Corchiano, si legge “Larth Velarnies”) ma anche con il solo gentilizio (“cleiina” si trova inciso su una tagliata della Via Clodia in località Pian Gagliardo a Grotta Porcina – Blera) -, probabilmente riferibili al responsabile della realizzazione della tagliata in veste istituzionale (titolare di una carica pubblica, magistrato) o ad un privato benefattore della collettività, magari per finalità propagandistiche. La firma potrebbe però costituire anche indicazione di proprietà della strada e/o dei terreni vicini.
L’iscrizione nella Via degli Inferi di Cerveteri del maru Larth Lapicane contiene l’esplicita indicazione della carica (maru) del nominativo ed è certamente riferibile al magistrato responsabile dei lavori pubblici effettuati nell’opera viaria (Enrico Benelli). Al di fuori di tale caso elementi che possono far propendere per il profilo istituzionale (esecuzione di lavori pubblici) possono essere costituiti ad es. dalle dimensioni rilevanti dei segni grafici o dal posizionamento della firma, inquadrata in un cartiglio, all’inizio della tagliata (Daniele F. Maras).
A prescindere dalla funzione delle tagliate, che potrebbe anche essere stata diversa da luogo a luogo, percorrere questi antichi sentieri è sicuramente un’esperienza di grande suggestione che ci consente di immergersi nella natura facendo un salto indietro nel tempo.

Sulle vie cave cfr, tra gli altri:
Le Vie cave in Etruria Meridionale Atti del Convegno, Castel Sant’Elia Corchiano, 7 – 8 ottobre 2022 a cura di Francesca Ceci, Elena Foddai, Stefano Francocci, Stephan Steigraber, Antiqua Res Edizioni, 2024;
Gli Etruschi e le Vie Cave, a cura di Carlo Rosati, Cesare Moroni Editore, 2008.

Immagini di vie cave di Pitigliano, Sorano, Sovana, Corchiano, Castro e Civita Castellana.

Autore:
Michele Zazzi – etruscans59@gmail.com

Emanuele Franz. Sulle tracce della Cornucopia: tra mito e realtà.

Uno degli approcci che occorre avere trattando simboli che abbracciano più civiltà e culture, come quello del corno, è quello di ritenere plausibile l’esistenza di un codice originario comune alle religioni e, soprattutto, che fra i miti antichi e l’avvento del cristianesimo non ci sia un conflitto ma una continuità.
Nelle precedenti ricerche questo si era riscontrato, in Colchide, una continuità fra l’antico mito del Vello d’oro e le prime comunità cristiane della chiesa ortodossa georgiana e, recentemente in Anatolia, al confine con la Siria, nelle devastate zone della guerra sulle tracce dell’originaria acqua della Genesi. L’acqua della vita potrebbe essere identificata con l’acqua che i locali venerano e usano per curare i malati alla periferia della città di Şanlıurfa (l’antica Edessa) in un pozzo miracoloso che si crede sia quello dove è stato seppellito per sette anni il biblico Giobbe.
Il mito non inventa ma parte sempre da un qualche cosa di autentico che affonda le sue radici nei popoli, così ci siamo recati in Grecia nei luoghi in cui si sono svolte le vicende mitologiche del Mito della Cornucopia, il leggendario corno dell’abbondanza che Eracle ottiene nella lotta con il Dio fluviale Acheloo…

Leggi l’articolo completo nell’allegato: Sulle tracce della Cornucopia Tra mito e realtà

Autore: Emanuele Franz – em_franz@yahoo.it

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