Andrea ROMANAZZI: Il ritorno del Dio che balla: culti e riti del tarantolismo in Italia.

Il tarantismo affonda le proprie radici tra le ataviche paure dell’uomo Antico che vede il Dio Vegetazionale, resosi immanente nella pianta, perire per mano propria e che dunque ha timore che la stessa divinità, offesa ed usurpata, si vendichi con tutta la sua forza.

E’ il momento in cui si genera la mistica crisi umana, è il contadino stesso in realtà causa della morte del Dio falciato e dunque della sua stessa disperazione ponendo termine alla vita vegetale e così prostrandosi alla punizione del dio.


Unica soluzione è la ricerca di un capro espiatorio, l’animale sacro che, come novello agnello, possa lavare dalle ataviche colpe e nascondere il misfatto camuffandolo e trasformando l’uomo da assassino in assassinato.


Sarà così che nel corso della pagine del libro ci imbatteremo tra antiche divinità e numerosi animali totemici, il lupo, il toro, la capra, il coniglio, espressioni essi stessi dell’immanenza del divino ed allo stesso modo colpevoli esecutori della morte del dio.


Sarà durante questo excursus che giungeremo al cospetto dell’aracnide, la mistica Taranta dal duplice aspetto: espressione del Nume che deve esser ucciso ma anche temibil capro espiatorio sul quale riversare le ancestrali colpe.


Questa l’intima essenza della ragno e del suo lascivo e voluttuoso morso. Essa ripropone il momento di crisi umana, il vero ed unico Peccato Originale della stirpe di Eva, la raccolta del frutto proibito, delle “messi del Signore” che viene così ucciso per dare la conoscenza all’uomo e ai suoi discendenti. E’ la crisi che genera la cacciata dall’Eden, la dipartita dal bosco che produceva per l’uomo, è la comparsa della vergogna primordiale, l’uman terrore che si annida tra le spire del serpente tentatore, la Tarantola Primigenia nascosta tra  i rami non per tentare e dannare, ma per sedurre ed ostentare il suo sensuale morso, simbolo della caducità umana, della illusoria dominazione da parte dell’uomo sulla natura che è Divinità.


Al ritmo ossessivo e ripetitivo delle pizziche e delle tarantelle ecco che musica e la danza diventan il tramite con il mondo numinoso, la mutevole via che conduce l’uomo all’estasi mistica ballando attorno all’Albero del Sabba primordiale. E’ qui che tra le spire dell’eterno Serpente, l’Antico Dio dal passo saltellato continua ad offrire il Frutto ai suoi figli che timorosi lo colgono. Ogni anno, da qui all’eternità, all’ondeggiare delle spighe di grano al soffio del vento, l’uomo vedrà il ritorno del “dio che balla” e con lui danzerà fino allo scomparir del chiaror di luna quando avrà finalmente termine l’estenuante Notte della Taranta.


Edizioni Venexia


Barbara CARMIGNOLA: C’era una volta Angkor.

In Indocina, nell’estremo oriente asiatico, tra il IX ed il XIII secolo, sorgeva l’impero dei Khmer. La White Star, quale tangibile omaggio verso questa civiltà ancora poco studiata, ha dato alle stampe un prestigioso volume di Marilia Albanese, “Angkor, fasto e splendore dell’Impero Khmer” (White Star, Vercelli 2002, pp. 296, € 75).


Rilievi, statue ed edifici, disseminati in un’area che si estende tra Laos, Cambogia e Thailandia, restano ancora oggi a testimoniare la vastità di questo regno, vestigia di una civiltà che seppe esercitare un gusto proprio, quantunque influenzato dalla vicina India.


Gli Khmer fusero nella loro cultura Induismo e Buddismo ed elaborarono un proprio patrimonio ancestrale a memoria del quale rimangono ancor oggi gli imponenti templi, considerati dimora degli dèi e, per questo, uniche strutture costruite con materiali durevoli come pietre e mattoni.


I templi della piana di Angkor erano collocati al centro di specchi d’acqua collegati fra loro da una rete di canali alimentata da un complesso sistema idrico. Tale impresa, insolita nelle antiche civiltà, rese la piana di Angkor un impero a sé stante, connotato da un esteso tessuto acquatico dominato da una miriade di risaie costellate di bacini e segnato dalle piramidi dei templi-montagna, simboli del monte Meru che rivestiva il ruolo di perno ordinatore dell’universo.


L’edificazione dei templi, strettamente connessa con norme magico-simboliche, incanalava le forze divine sulla terra e trasformava il sovrano, che ne era l’anello di congiunzione, in un’incarnazione della Divinità. Nei bassorilievi di questi edifici sacri sono scolpiti eventi mitici e le divinità del pantheon locale, le battaglie ed elementi della vita quotidiana. I bassorilievi del Bayon, il tempio costruito da Jayavarman VII nei secoli XII e XIII illustrano, per esempio, la vittoriosa battaglia di Jayavarman sui Cham, evento storico e non mitologico. In una scena dell’ala sud della galleria meridionale compaiono i fanti, un cavaliere probabilmente loro condottiero e due elefanti da guerra. Sullo sfondo si intravedono parasoli e stendardi, elementi importanti per stabilire il rango degli ufficiali.


Attraverso i fregi scolpiti e l’analisi dei reperti archeologici, il libro traccia le linee guida della società khmer, dai vertici indianizzati della corte fino al popolo delle risaie.


Scopriamo così che il regno era diviso in province, definite talora praman, talvolta vishaya, governate da principi o alti dignitari che potevano essere ulteriormente suddivise in distretti a loro volta composti da un numero variabile di villaggi, sruk o grama. Funzionari di rango diverso erano preposti alla riscossione delle tasse e alla gestione del territorio, distinti dal tipo di palanchino e dal numero di parasoli. Reggere i parasoli, gli scacciamosche e i ventagli, fatti di frasche, piume e stoffe, era una funzione importante e chi la espletava doveva appartenere ad una categoria sociale elevata.


I templi erano esentati dalle tasse, erano anzi dotati di prebende spesso appartenenti ad importanti famiglie che veneravano, accanto alla divinità principale, anche i loro antenati. Contingenti di khnum, non proprio degli schiavi, i cosiddetti “dedic

RAI Educational: Musei della scienza.

L’uomo, il nostro pianeta e la ricerca scientifica. La storia raccontata attraverso le testimonianze lasciate nel tempo: un patrimonio, accessibile a tutti e costantemente aggiornato, racchiuso e conservato all’interno dei musei. Finestre sul passato, strumenti fondamentali per la comprensione del presente. Nel corso della puntata, Luciano Onder ne discuterà con gli ospiti in studio.

In studio:


Dott. Leonardo Alfonsi, Perugia Scienze Festival


Dott. Marco Bianucci, Consiglio Nazionale delle Ricerche


Prof.ssa Raffaella Simili, Università degli Studi di Bologna


Prof.ssa Laura Tussi, Docente di Lettere


Continua in:


http://www.explora.rai.it/online/doc.asp?pun_id=910





Laura TUSSI: Interpretazioni della didattica – Metodi di insegnamento.

Nel linguaggio comune didattica significa insegnamento, insegnare, dal latino didasco e dal greco didactein.

I modi di insegnamento sono diversi. Possiamo insegnare facendo cose che sappiamo fare, lasciando che altri ci imitino, per esempio, la forma prevalente di insegnamento possiede un carattere implicito nell’imitazione di un comportamento. Possiamo proporci esplicitamente l’intento di insegnare qualcosa, ossia rendere evidente ciò che stiamo facendo.


Questo è il precettorato di carattere esplicito per il rapporto duale tra maestro e allievo, nelle interazioni personali finalizzate a comunicare competenze. Possiamo rendere l’insegnamento scopo della nostra attività. Lo scopo primario prevede una struttura di esclusivo dispositivo per l’insegnamento e lo scopo secondario rivela una struttura per altri fini. L’attività formale implica una struttura adeguata all’insegnamento al pubblico che deve imparare.


Da quando l’insegnamento è diventata una professione praticata da addetti, si è compreso che le sole doti personali non forniscono competenze necessarie. La capacità d’insegnamento è considerata maggiormente una dote nativa, ma acquisita attraverso lo studio sistematico.


Questa consapevolezza si diffuse in Italia dalla seconda metà dell’800. La maestra Pedani in “Amore e ginnastica” di Edmondo De Amicis 1892, quale protagonista rivela una formazione scolastica che può incidere sulle caratteristiche della popolazione per modificarle. La maestra rifiuta le mollezze e le sdolcinature in educazione, contrapponendosi al lassismo. Vi è la scelta di una strategia di intervento sulla società e l’influsso della cultura positivista che pone attenzione alla realtà umana.


L’intento della scuola è fungere da fattore di trasformazione nella società. La scuola è l’immagine della vita. Il romanzo di De Amicis risulta coerente alla trasformazione della società del tempo nella seconda metà dell’ottocento. “Il mondo di ieri. I ricordi di un europeo” di Zweig nel 1946 descrive gli ultimi decenni dell’impero asburgico. Elenca alcuni criteri educativi. La scuola ha il compito di selezionare gli alunni per la scuola superiore. Il titolo di istruzione superiore equivale a un prestigio sociale. L’impegno richiesto assorbe tutto il tempo agli allievi. Gli studi suggeriscono un’immagine seria della vita. Le lezioni svolte con pedanteria presentano una rigida schematizzazione. La figura dell’allievo coincide con la prestazione che fornisce. La personalità dell’insegnante è centralizzata e non esistono interazioni affettive tra insegnanti e allievi. Questi punti costituiscono la scuola tradizionale a cui corrisponde una pedagogia complessa e una didattica schematica e povera.




Coincidenze tra scuola e società


L’approccio progressista di De Amicis consiste nell’anticipare le rappresentazioni della realtà ricercando coerenza tra la concezione della realtà stessa e le caratteristiche degli individui. L’approccio conservatore di Zweig consiste nell’esprimere il disagio per l’inadeguatezza delle pratiche di formazione,

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