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Silvia DEL NERO: Il tabagismo.

La scelta tra il fumo e la salute si pone a ciascuno di noi, in periodi diversi della nostra vita. Il fumo, appunto, è un grave problema sociale-politico, in cui le gioie che derivano all’uomo da un vivere sano si scontrano con gli interessi di una delle industrie più fiorenti del mondo, che prospera su una delle abitudini più radicate e largamente diffuse.

Sono quasi cinquecento anni che la piantina del tabacco è stata importata (1518) dall’America del Sud, da un missionario spagnolo, in Europa. Ha attraversato l’Atlantico, dopo essere stata usata per secoli dagli indigeni precolombiani, ed è sbarcata sulle nostre coste come pianta medicinale, chiamata anche erba santa, per le sue potenzialità contro le malattie. Si diffuse molto rapidamente ovunque anche se diverse nazioni inizialmente ne combatterono la diffusione con delle leggi, poiché si accorsero di alcuni effetti collaterali (tosse, bronchiti…). Ma ben presto i governi capirono che potevano trarre molti più vantaggi dal garantirsi il monopolio del commercio delle sigarette, piuttosto che nel proibirlo. Il primo diritto esclusivo di vendita nacque in Francia nel 1674, mentre in Italia fu introdotto solo nel 1895; così facendo gli scaltri governi favorirono l’espandersi di questa pericolosissima abitudine.

Il tabacco è una pianta erbacea, annua, alta 1-2metri, con grandi foglie ovali e la sua coltivazione è molto diffusa in diverse parti del mondo. La lavorazione di questa pianta procede in quattro fasi:
1)fase di cura: le foglie raccolte sono poste ad essiccare, secondo diversi procedimenti (al sole, all’ombra, al fuoco), poi unite in mazzi e spedite alle manifatture;
2) fase di fermentazione: i pacchi di foglie sono passati alla concia, cioè immerse in un bagno zuccherino, i cui componenti sono tenuti segreti dai fabbricanti, poiché determinano il gusto delle varie marche;
3) fase di manifatturazione: la preparazione del trinciato, delle sigarette e dei sigari, nella loro esatta forma;
4) fase di stagionatura: i prodotti, già impacchettati, sono fatti maturare per brave tempo.

Oggi nel mondo esistono numerosissime varietà ed ibridi adatti a scopi diversi: le varie marche di sigarette si differenziano tra loro per la concentrazioni di nicotina, che è l’alcaloide principale del tabacco con effetti diretti sul sistema nervoso, e di catrame, cioè idrocarburi aromatici ma cancerogeni. Si diversificano anche nella varietà dei gusti, esistono sigarette al gusto di mentolo, al caffè, al grano… e non dimentichiamo che il tabacco non equivale solo alle sigarette, ma anche per i sigari, per il trinciato (prodotto non completamente lavorato) da pipa e da sigarette non preconfezionate. Esistono differenze anche nel modo di fumare: c’è chi aspira il fumo e chi no, ci sono coloro che assaporano la sigaretta e quelli che la bruciano con voracità, coloro che la fumano a metà e quelli che non la buttano finchè non gli bruciano le labbra ecc..

Il tabacco e il fumo del tabacco sono composti dai seguenti elementi:
nicotina, è un alcaloide molto tossico, ha l’aspetto di un liquido oleoso, incolore ed è il responsabile della dipendenza che si prova fumando una sigaretta, è quindi il diretto colpevole degli effetti del fumo sul sistema nervoso;

l’ossido di carbonio: è il veleno per l’apparato respiratorio, tutti gli organi più delicati ed attivi nella respirazione ne soffrono fortemente;
ossidi di azoto: sono molto irritanti per la mucosa, e provocano l’insorgere di tosse e bronchiti; catrame: idrocarburi aromatici, temibili per la loro azione cancerogena;
in minori quantità sono presenti anche cromo, arsenico ed elementi radioattivi.

Nel mondo, in un’ora, muoiono 560 individui a causa del tabagismo, e 4,9 milioni l’anno; nel 2020 diventeranno 8 milioni l’anno per poi salire sempre più di numero, in un escalation mortale. Solo in Italia s

Nicoletta TRAVAGLINI: San Michele Arcangelo.

La trasumanza, negli Abruzzi, è stata praticata da tempi remotissimi. Questa attività si diffuse nel VII secolo a. C., ma già nell’età del bronzo, la pastorizia rappresentava l’unica fonte di sostentamento per “l’uomo della Majella”. Essa, dapprima, verticale, cioè ci si spostava, dai monti verso le valli, successivamente diventò orizzontale, dopo la pace forzata imposta dai romani, ci si trasferiva dagli Abruzzi verso la Puglia. I pastori e gli armenti si muovevano lungo sentieri chiamati “tratturi”; questi erano vere e proprie autostrade sterrate che si snodavano dall’Aquila fino a Foggia, che traboccavano di gente e torme di ovini.

Nel 1447 re Alfonso d’Aragona costituì la “Dogana della Mena delle pecore della Puglia”, con sede a Foggia, con la quale riordinò e riorganizzò questa attività, che stava diventando un grande affare commerciale per le casse dello stato, grazie alle dogane a cui si doveva pagare il pedaggio. I bracci tratturali più importanti da cui si diramavano altri secondari, erano, oltre al succitato Aquila – Foggia, chiamato tratturo del Re o tratturo Magno, vi erano: Centurelle – Montesecco, Celano – Foggia, Pescaseroli – Candela, Ateleta – Biferno.

Questi sentieri erano disseminati di “Pajari” che erano dei ricoveri per uomini e armenti costruiti con pietra a secco la cui struttura è simile a quello dei Tholos; erano alti circa sei metri, con il tetto a falsa volta, ottenuto attraverso la sovrapposizione ellittica di pietre calcaree non lavorate.

Lungo questi sentieri erano nati anche dei templi pagani dedicati alle più disparate divinità, riconducibili, sempre, alle dee dell’abbondanza, come la Grande Madre, divinità femminile universale, creatrice del mondo. Con l’avvento del cristianesimo, attraverso la sua opera di sincretismo, questi luoghi furono riconvertiti in chiese o abbazie.

Molti di questi culti erano celebrati in grotte, anfratti o fenditure della montagna; essi, poi, divennero santuari di santi cristiani, in primis la Vergine Maria e San Michele, il capo delle milizie celesti.

Il culto dell’Arcangelo, fu importato dalla Puglia, insieme con quello di San Nicola. San Michele divenne popolare nel Italia meridionale, quando, secondo alcune leggende, Egli sarebbe apparso sul Monte Gargano, alla fine del 400 d. C.

La sua venerazione nasce in Oriente, ma già nel VII sec. a Roma vi erano dei luoghi di culto a lui dedicati. Molti toponimi, in diverse parti d’Europa, deriverebbero da una sua apparizione come: Mont Saint-Michel in Francia, St. Michael’s Mount in Inghilterra o Stoccarda, solo per citarne alcuni. A Roma, durante una delle tante epidemie di peste del passato, pare che l’Arcangelo Michele sia apparso sul Mausoleo di Adriano mentre rinfoderava la spada, come simbolo del cessato pericolo; a questo prodigio assistettero tra le tante persone anche l’allora papa San Gregorio I; da quel momento quel luogo fu chiamato Castel Sant’Angelo.

Il suo nome significa, secondo alcune fonti, “Chi come Dio?”, altri sostengono che l’etimo del suo nome significhi “Dio Guarisce”; comunque sia Michele è colui che diffonde la parola di Dio facendola rispettare a volte in maniera anche coercitiva; egli è il tramite tra mondo fisico e metafisico, tra Dio e gli uomini.

L’arte sacra ha rappresentato, questo Santo Guerriero così: con le ali, come la Vittoria alata, con una lucente armatura ed ha anche una spada e una lancia con le quali sconfigge il male, Satana che gli appare sottoforma di drago; a volte viene raffigurato con una bilancia con la quale pesa le anime, le più leggere, quindi prive di gravi peccati andranno in Paradiso, quelle appesantite dal peccato andranno all’inferno.

Molte sue caratteristiche sono simili al dio pagano Mercurio, nome latino del dio greco Ermes, che nacque da una relazione tra Giove e Maja, in un cavità del monte Cillenio. Alcune ore dopo essere venuto al mondo, sul far del mezzodì, egli lasciate le fas

Carolina ORSINI * : Schema delle culture del Perù rappresentate nella mostra al Castello Sforzesco di Milano nel 2004.

* Conservatrice delle Raccolte Extraeuropee al Castello Sforzesco di Milano

Premessa 1: la storia peruviana si divide per convenzione in periodi e orizzonti. Si tratta di un concetto vecchio ma per alcuni aspetti efficace che riassume una tendenza nella storia preispanica andina: l’alternarsi di momenti in cui prevale una cultura unificante che estende la sua influenza in tutta l’area del Perù (i cosiddetti orizzonti) e di periodi in cui prevalgono i regionalismi e le diverse tradizioni etniche locali (i cosiddetti periodi intermedi).

Questa maniera di chiamare le differenti fasi della storia peruviana si utilizza a partire dal 1000 a.C. circa, quando vediamo insorgere una prima cultura unificante nel senso che estende su una zona molto vasta del Perù una sua tradizione che è essenzialmente di natura artistica e religiosa, e forse anche politica (ma su questo punto, gli esperti sono ben lungi dal mettersi d’accordo).

Premessa 2: la geografia del Perù è assai complessa e ha profondamente influenzato tutta la storia peruviana. Il Perù è divisibile in tre fasce nel senso verticale. La prima fascia è quella costiera, è essenzialmente desertica ed è quella dove oggi si concentrano le maggiori attività industriali ed economiche, anche grazie allo sfruttamento delle risorse marine (siamo sul livello del mare). La seconda fascia è quella andina (dai 3600 a più di 6500 metri sul livello del mare), dove si pratica un’economia agro-pecuaria. Ovviamente è la zona meno popolata oggi ma in passato è stata la culla delle maggiori culture andine. Notevoli anche le risorse minerarie sfruttate abbondantemente nel periodo preispanico e coloniale. La terza fascia, sempre procedendo da ovest verso est, è quella amazzonica (dalla cosiddetta ceja de selva, attorno ai 2000 metri, fino alla vera amazzonia che è al livello del mare). Qui si sfrutta un’economia agricola (in particolare la coltivazione della frutta e della coca) e le risorse della foresta e del fiume.

Primo Orizzonte

Il primo orizzonte si caratterizza per la nascita di una grande tradizione “religiosa” che raccoglie e espande su un vasto territorio le tradizioni religiose dei periodo precedente (il Formativo). In questo periodo proprio le forme di aggregazione religiosa sembrano essere state il motore della socialità e della nascita degli insediamenti. Sino ad oggi infatti l’archeologia ha ritrovato insediamenti di questa fase associati a grandi centri cerimoniali dalla caratteristica pianta a C almeno nella zona costiera del Perù. Più disperso il modello di insediamento per la zona andina dove esiste una tradizione di architettura religiosa (quella cosiddetta Mito o Kotosh con templi molto più ridotti di dimensione e formati da camere quadrangolari) altrettanto antica e importante.

Durante il primo orizzonte queste due differenti tradizioni sembrano convergere nel modello di insediamento che sta alla base del tempio formativo più importante di questa fase che è quello di Chavín de Huántar. Chavín de Huántar è un complesso che sorge nel cuore delle Ande, sul versante orientale della cordigliera bianca del Perù. Qui, dal 1000 avanti cristo fino al 200 a.C. è fiorito un tempio, forse un oracolo, e al suo attorno una comunità elitaria probabilmente religiosa. Il tempio, costruito in maniera ingegnosa per suscitare ammirazione e timore nei pellegrini che lo frequentavano presenta nella parte più antica (il cosiddetto templo viejo) il fogón di tradizione Mito (ovvero un pozzo circolare in cui venivano bruciate le offerte) e nel templo nuevo (o castillo) una pianta a C e una piazza sprofondata che ricorda la tradizione dei templi costieri. Sia il tempio più antico che quello più moderno presentano una serie di gallerie sotterranee che dovevano in parte servire per il convoglio delle acque e in parte come camere cerimoniali sotterranee. Una di questa contiene ancora la rappresentazione in pietra della princi

Andrea ROMANAZZI: Cronaca di un processo di Lamie – Le streghe di Nogaredo.

Il termine strega nasce da molto lontano, da un immaginario uccello notturno, simile ad un gufo, chiamato strix dai latini, che, secondo la tradizione, penetrava nelle case per cibarsi del sangue dei bambini. Questa è l’origine del successivo termine striges e dunque strega.

Ma chi erano veramente le streghe. La stregoneria, come documentato nei primi scritti sulla materia, affonda le sue radici nel paganesimo, e in particolare negli atavici ricordi di un culto mai del tutto scomparso, quello della Dea Madre i cui rituali di fertilità e procreazione, andarono lentamente mutando nel tempo, perdendo così la loro antica origine religiosa. In questa ottica vedremo le “streghe” come quello che resta delle antiche sacerdotesse della dea, donne legate ad antichi rituali tramandati dalle madri alle figlie da tempo immemorabile e legati ai rituali di campagna. La religione cristiana ha da sempre cercato di opporsi alle forme di paganesimo che, mai dimenticate, rimanevano ben radicate negli usi e nelle abitudini dei paesi di campagna. Nel 452 il concilio di Nicea condannò ufficialmente il culto delle pietre, ma questo non bastò per cancellare pratiche religiose ben radicate tra le popolazioni, successivamente nel 789 il Concilio di Tours proibì nuovamente qualunque rituale legato ai culti naturali, ma anche queste norme rimasero disattese. Una data piuttosto importante è il 314, dove al Concilio di Ancira il monaco Graziano presenterà il Canon Episcopi, fino al 1000 il più importante riferimento nella lotta al paganesimo. E’ qui che troveremo una ulteriore traccia di quei riti popolari di cui successivamente si traviserà la memoria. A differenza dei trattati successivi, infatti, si collega la stregoneria al culto pagano di Diana, retaggio di una antica religione mai del tutto cancellata, le streghe erano considerate semplici donnine superstiziose e l’accusa non era tanto di malefici quanto di essere ritenute della pagane legate a rituali falsi e menzonieri. Se dunque fino al Medioevo i processi erano di poco interesse e forte era la tolleranza, nel 1500 il modus agendi cambia radicalmente, i processi entrano nei tribunali e nel 1525 viene autorizzata dal Papa la tortura per estorcere le confessioni, il rogo come punizione finale. Le streghe non sono più semplici superstiziose e donne ignoranti ma spesso gente di basso ceto accusata per semplici gelosie o inimicizie, o come capro espiatorio di strane malattie, alluvioni, siccità e di qualunque evento dannoso colpiva la comunità.

Era questo il segno che in essa si annidava la serpe del diavolo: la strega. Nel XIII secolo nasce la vera e propria caccia a questa “novella strega”. Nel 1484 sarà papa Innocenzo VIII a dal inizio, con la sua bolla Summis desiderantes affectibus, alla infausta caccia, ratificata poi dal tristemente famoso Malleus Maleficarum dei due domenicani Jacob Sprenger e Heirich Kramer. tra il XIV e il XVII sec. nove milioni di donne furono trucidate spesso perché colpevoli di semplici superstizioni.

E’ forse nel gotico borgo di Nogaredo che troveremo un chiaro esempio di questa “lamia”, non l’amante del diavolo, bensì una semplice donna di campagna la cui ignoranza e le cui invidie saranno la sua condanna al rogo. La vicenda ha inizio il XXIV Novembre del 1646, data in cui si diede inizio a quello che sarà denominato “Processo Criminale per la Distruzione delle streghe”. In questa data infatti Maria di Nogaredo, nota con il soprannome di Mercuria, accusata di stregoneria per aver aiutato ad abortire una ricca donna del paese, la marchesa Bevilacqua, addita Domenica Chemelli, nota con il soprannome Menegota, e sua figlia Lucia, moglie di Antonio Cavaden di esser anche loro ree. In realtà, come si può ben leggere tra le righe delle numerose confessioni poi estorte alla Mercuria, tra le donne vi era solo una forte inimicizia nata da un battibecco pubblico nella piazza del paese su della canapa che