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Laura TUSSI: L’Islam italiano.

Notizie su una realtà molteplice e multiforme: la rappresentanza dell’Islam in Italia.

L’Italia è un grande mondo al plurale. Dalle statistiche risulta anche la presenza dell’Islam Albanese quale identità religiosa annacquata e differente, per esempio, dalla realtà Egiziana, Algerina e Senegalese. Quando si tratta di Islam sovviene sempre alla mente il mondo Arabo, soprattutto dopo l’11 Settembre, in quanto come religione monoteista è inoltre la seconda in Italia. Nella quantità di immigrati a livello europeo, l’Islam rappresenta una cospicua percentuale di persone. In Italia si attesta un notevole ritardo nei confronti delle politiche migratorie, per la presenza esigua e molto differenziata di stranieri rispetto ad altri Paesi europei. Il modello di politica migratoria in Francia è di matrice assimilazionista, ossia lo straniero deve diventare uguale, omologarsi all’elemento autoctono e tralasciare la propria memoria, il proprio passato identitario, quando molti autori hanno trattato dell’importanza del ricordo, dello scambio di memoria, nell’ambito del confronto tra le diversità (Ricoeur).

Il modello francese si differenzia da quello inglese che, al contrario, attribuisce un maggior potere alle comunità di immigrati, non favorendo in senso pieno l’integrazione, ma facilitando la formazione di realtà ghettizzate e rinchiuse in se stesse.

In Italia, una particolare novità è rappresentata dai matrimoni misti, ben 6000 coppie in Lombardia e dall’ingente presenza scolastica di stranieri nelle grandi città, con oltre il 40% degli studenti stranieri in una presenza plurale, variegata e articolata. Durante gli anni ’70 la prima Associazione di musulmani che gravitava intorno all’Università di Perugia fonda l’USMI, un’istituzione all’interno della quale gli stranieri cominciano a trovarsi e confrontarsi nell’ambito di un Paese Occidentale come l’Italia e si organizzano in progetti di tutela, di riconoscimento di diritti avanzati, in seguito, dalle istituzioni nazionali. Al seguito della spinta dell’USMI nascono diverse associazioni di immigrati: l’AMI (L’Associazione Musulmani) e il COREIS una realtà di convertiti all’Islam. La Moschea di Roma negli anni ’90 diventa un punto di riferimento per gli islamici e l’ambasciatore Scialoja rappresenta il mondo musulmano in Italia a livello ufficiale per tutte queste realtà islamiche presenti sul territorio nazionale, che transitano in dinamiche e processi di continua tensione rivolti ad accordi d’intesa con lo Stato Italiano, anche se ancora non si è giunti a comprensione e armonia, in procedure di accomodamento. L’opinionista Ferrari sostiene che senza l’11 Settembre 2001 il processo di intesa sarebbe conseguito da sé, spontaneamente.

Il centro islamico di viale Jenner a Milano non registra la presenza di convertiti e non ha rapporti con altre realtà, come la Casa della Cultura di via Padova, in cui, invece, sussiste una realtà a sé stante, senza contatti con le realtà milanesi di volontariato associazionistico islamico. In tutti questi centri il collante più che quello religioso (solo il 10%) è quello dell’opposizione politica, come in Algeria, i cui oppositori politici dovrebbero essere rifugiati all’estero, invece sono in Italia. Un’altra realtà è quella di via Quaranta che non nasce come Moschea, ma quale presenza di genitori che vogliono permettere ai propri figli di studiare secondo la tradizione musulmana, per poi tornare al paese d’origine; l’associazione è anche fornita di una sala di preghiera per il culto.

Per esempio, considerando il caso dell’Istituto di via Agnesi, questo era inizialmente legato al centro di viale Jenner che presenta una realtà molto chiusa e non annovera al suo interno la presenza di convertiti.

Il COREIS, un’associazione con un’ingente presenza di convertiti, di cui Pallavicini, che tratta anche con il Ministro Pisanu, è il presidente, risulta effettivamente ben poco rappresentativa dell’Islam immigrato. Le di

Laura TUSSI: Al di là del racconto orale – La scrittura e l’analisi introspettiva.

Le potenzialità dell’autobiografia e del racconto di sé sono sviluppate quando la narrazione diviene scrittura, che stimola consuetudini introspettive e autoconsapevoli, suscitando il ripiegamento riflessivo sul proprio sé interiore.

La scrittura della personale storia di formazione, della propria vita e esistenza, apre la psiche al mondo esterno e all’io interiore, stimolando processi di autoriflessione, per cui la rielaborazione delle dinamiche riflessive permette al narratore sempre nuove evoluzioni psichiche, riassorbendo e trasformando pensieri, sentimenti, sensazioni e stati d’animo, in un processo naturale di esperienze vissute e intuizioni, salvaguardando tutta la ricchezza della comunicazione interpersonale. La scrittura della propria interiorità offre al narratore la potenzialità di un processo di rielaborazione per tradurre le riflessioni e il pensiero autoreferenziale permetterà di trascrivere percorsi, trame di significato, tracce di pensiero interiori per una più acuta capacità di analisi e consapevolezza di sé. Attraverso la scrittura è possibile attuare un approccio ermeneutico attraverso la stessa attenzione richiesta dalla comprensione testuale, in un circolo virtuoso nell’ambito dei rimandi vicendevoli tra scrittura e pensiero autobiografico.

I momenti di transizione

Lo spazio potenziale sviluppa un sé differenziato dalla matrice ultima, ossia una più matura istanza psichica interiore, facente parte della realtà esterna, che si emancipa così dal rapporto con-fusionale con l’origine, il cosmos.

Nello spazio tra fusionalità e mondo oggettivo esterno si colloca l’area transizionale al cui interno si impara a controllare e sopportare l’angoscia di separazione ed individuazione. Con la maturazione si passa oltre il fenomeno transizionale, attraverso esperienze culturali, creative, ludiche o religiose e proprio in tali ambiti si sviluppano e si collocano le produzioni di diari e di autobiografie.

L’esperienza della scrittura rappresenta un’area di confine che crea una dialettica tra vita privata e mondo esterno.
Scrivere un diario è dunque un’esperienza transizionale imperniata di creatività, tramite cui si coglie e si avvia l’importanza della scrittura di sé nella realizzazione della personalità creatrice.

La presunta rimozione della morte

Gli scritti autobiografici attaccano la morte come distruzione della memoria e del ricordo nell’oblio, in quanto subentra in essi il riferimento alla paura della morte nella trasposizione scritta che diviene tentativo di contrastare la scomparsa assoluta, perennizzando artificialmente la vita, per esorcizzare la morte come avviene nei riti apotropaici e taumaturgici.

La scrittura autobiografica diventa un antidoto, una strategia per rubare alla morte la sua aura spaventosa, nella paura di essere dimenticati, nel timore dell’oblio che non lascia più niente di sé. L’esigenza di essere ricordati trova espressione nell’autobiografia o nel diario quali documenti permanenti della propria interiorità, come testimonianza ineluttabile e indelebile della propria esistenza, prolungando la presenza del proprio ricordo oltre i limiti della vita terrena, in una sorta di immortalità, legata al tema terrificante dell’oblio, in quanto si scrive non solo per essere ricordati, ma anche per ricordarsi del proprio io, della propria personalità ed esistenza, per fissare i ricordi affinchè non vengano eliminati dall’inesorabile trascorrere del tempo.

Autore: Laura Tussi

Nicoletta TRAVAGLINI: Ponzio Pilato.

Erode il Grande fu un re di immenso spessore politico, così alla sua morte le province orientali furono affidate al figlio, che non dotato della stessa diplomazia dell’illustre genitore, collezionò una serie di insuccessi che lo portarono ad essere allontanato dalla sua pubblico ufficio e mandato nelle Gallie. Queste Province orientali dell’impero, quindi tornarono sotto la giurisdizione di Roma, la quale si faceva rappresentare da un Procuratore, che dipendeva dalla Siria. Ponzio Pilato ricoprì questa carica per ben dieci anni dal 26 al 36 d.C., ma egli non ebbe mai un ruolo di rilievo nella vita politica romana se non per quella illustre condanna che gli condizionò la vita e lo consegnò alla storia come uno dei tanti aguzzini del Cristo.

Di probabili origini sannite, egli apparteneva all’ordine equestre, fece carriera all’ombra del prefetto Tiberio finché non arrivò la sua grande occasione diventando procuratore della Giudea. Egli, essendo un debole, non sfruttò a fondo quest’occasione e così dopo una serie di errori (porre le insegne romane sul Tempio di Gerusalemme, depredare il tesoro del medesimo per costruire acquedotti, reprimere nel sangue tumulti scoppiati a causa della sua superficialità) gli revocarono l’incarico, ma, mentre rientrava a Roma, il suo protettore, che nel frattempo era diventato imperatore, morì e le tracce di questo personaggio storico si perse sotto le pesanti sabbie del tempo, per rinascere nel mito, come una novella fenice che rinasce dalla proprie ceneri.

Secondo alcune leggende, pare che Ponzio Pilato sia nato ad Amiterno, antica e leggendaria città nelle vicinanze dell’Aquila, da cui, il capoluogo abruzzese, ebbe origine; sempre in questo luogo sembra che sia stata ritrovata anche una pergamena che potrebbe essere la sentenza di morte pronunciata contro il Nazzareno.

In un’altra leggenda si sostiene che Pilato fosse nato a Bisenti in provincia di Teramo, dove vi è stata addirittura individuata la casa che diede i natali a cotale personaggio.

Si dice che la presunta casa del procuratore sia ancora oggi “visitata” dal suo fantasma che cerca un po’ di pace, che forse non troverà mai!

Adiacente la casa vi è ubicato un pozzo che nasconde oscuri e lugubri misteri di cui nessuno è ancora riuscito a svelarne i segreti.

La tradizione popolare vuole che a Corfinio, Pilato possedesse un bellissimo castello, frutto di eredità della sua nobile stirpe proveniente dalla Gens Pontia; questo mastio era dotato di potentissime mura e torri ed aveva un’unica via di accesso, a mo’ di forte.

Il procuratore era molto conosciuto presso i romani per la sua lealtà e diplomazia, così fu chiamato da Tiberio con l’incarico di presiedere all’interrogatorio del Cristo e, nel caso, assolverlo; poiché l’imperatore, essendo lebbroso, sperava in eventuale gesto di gratitudine da parte dell’imputato, che lo avrebbe forse guarito dalla sua malattia.

Ponzio arrivato a Gerusalemme, purtroppo, si trovò di fronte a gente convinta della colpevolezza dell’imputato e così “lavandosi le mani”, indirettamente, lo condannò. Per paura delle ritorsioni dell’imperatore tornò al suo castello in incognito.

Passarono alcuni giorni e Tiberio fu informato della triste sorte del Nazzareno e così adirato chiamò a Roma il procuratore, che nascosto nel suo castello, non si presentò; allora l’imperatore fece assediare il castello. Per ritorsione egli uccise tutti i suoi servi di fede cristiana. Il suo sacrilegio fu punito da Dio in maniera crudele: improvvisamente le statue iniziarono a sanguinare e una colonia di topi assaltò il maniero che cadde travolgendo tutti compreso il suo proprietario, che afferrato da una schiera di diavoli fu buttato in un fiume che non volle accogliere le spoglie sacrileghe, le quali furono scagliate, successivamente in una pozza d’acqua dove giaceranno fino alla fine dei secoli .

In queste leggende comuni a molte regioni, paesi e citt