SOLE SOTTO LO STESSO TETTO. IL MONASTERO DELLE POVERE ORFANELLE DI TORINO NEL SETTECENTO

Introduzione alla tesi di Laurea anno accademico 1999-2000, relatore Professor Luciano Allegra

Il monastero della Santissima Annunciata di Torino era un’istituzione privata le cui incerte origini risalgono con ogni probabilità alla seconda metà del Cinquecento e all’attivismo di pochi conservatori e conservatrici; fra di esse emerge la figura della nobildonna Antonia Montafia Langosca di Stroppiana, che fu “… non v’ha dubbio, una delle più zelanti e benemerite Conservatrici della Compagnia, e, se non ne fu la fondatrice, ne fu certo la ristoratrice ed insigne benefattrice…”: a lei infatti si deve l’acquisto della prima porzione di casa destinata a ospitare l’istituzione almeno fino alla fine del XIX secolo.

Il fine che ebbero i fondatori nello stabilire l’Ospizio delle Orfane fu di togliere principalmente le figlie già in quell’età prima prive di padre e di madre per morte immatura dai pericoli del mondo, educarle cristianamente e civilmente secondo la loro condizione e così abituarle ad adempiere le obbligazioni connesse allo Stato religioso o secolare; o rimanersene nell’ospizio per il corso della loro vita secondo che lor sarebbe piaciuto: a proporzione che crescevano i redditi dell’ospizio …


In queste poche righe sono raccolte le caratteristiche essenziali dell’istituzione. Il Monastero delle Povere Orfanelle era infatti un’istituzione totale per donne, in cui le orfane accolte vivevano recluse, con poche possibilità di relazioni col mondo esterno, fino all’eventuale matrimonio o, sempre più frequentemente nel corso del XVIII secolo, per tutta la vita – l’altra possibilità di uscita era la monacazione che, forse per problemi dotali, costituiva però un esito poco frequente.

L’oggetto privilegiato delle mie attenzioni sono state le donne, sia in quanto destinatarie di assistenza, sia in quanto benefattrici e amministratrici dell’istituzione. Proprio l’analisi del ruolo svolto dalle donne nel Consiglio Direttivo ha riservato le principali sorprese. In una società quale quella moderna, in cui la carità era l’unico ambito nel quale si riconosceva alle donne un ruolo sociale visibile, anche se in una posizione subalterna all’elemento maschile, trovare un Consiglio Direttivo costituito in netta prevalenza da donne con pieni poteri decisionali rappresenta una eccezione di grande interesse storico.
Nel condurre la mia ricerca mi sono servita essenzialmente di fonti di prima mano. Il materiale archivistico di base è costituito dai registri d’ingresso e dagli atti notarili di costituzione di dote, che ho utilizzato per conoscere la fisionomia demografica, sociale e economica delle orfanelle. Sono ricorsa ai conti consuntivi e ai testamenti per lo studio dei benefattori, mentre, per indagare sulle origini dell’istituto, ho utilizzato i cenni storici delineati nel Regolamento dell’Orfanotrofio femminile di Torino stampato nel 1892, integrati con un saggio manoscritto di Giorgio Antonio Gola. Dallo stesso Regolamento ho tratto la lista dei congregati, all’interno della quale ho individuato un campione che ho cercato di studiare in modo approfondito, servendomi delle preziose informazioni biografiche gentilmente offertemi da Sandra Cavallo e ponendo attenzione soprattutto ai legami individuali e parentali dei benefattori e ai loro rapporti con altre istituzioni assistenziali della città. La consultazione degli Ordinati della Congregazione risalenti al XVIII secolo mi ha consentito di effettuare ulteriori integrazioni su ciascuno degli argomenti trattati.

Soprattutto a partire dal ’600 in Italia, come in gran parte dell’Europa, si verificò un consistente sviluppo delle istituzioni caritatevoli, in concomitanza con l’affermarsi di una nuova concezione del povero, non più degno di compassione, ma fonte di paure, fastidi, ripugnanza e visto come sovvertitore dell’ordine. E’ in questo contesto che le istituzioni tesero ad assumere un carattere segregativo e si svilupparono progetti di espulsione dalla città