Giuseppe PIPINO: Le aurifodine dell’ovadese e quelle della Bessa.

La presenza dell’oro nei torrenti dell’Ovadese è nota da tempo, ed è certo che la sua raccolta è iniziata nella più remota antichità. Particolarmente intenso è stato lo sfruttamento dei terrazzi che si sviluppavano nei tratti finali dei torrenti Stura, Gorzente e Piota, i quali sono stati completamente rimossi e, al loro posto, restano ancora estesi accumuli di ciottoli residui di lavaggi che la tradizione popolare fa risalire ai Romani. I depositi di ciottoli sono in effetti del tutto simili a quelli che si possono osservare in altre parti del bacino padano, specie lungo il fronte esterno dell’anfiteatro morenico di Ivrea, che rappresentano indubbiamente la testimonianza dello sfruttamento in epoca romana e preromana di analoghi terrazzi auriferi, ma mentre questi si trovano notevoli distanze dai probabili giacimenti primari, quelli dell’Ovadese, formatisi in aree meno esposte ai fenomeni glaciali, sono in stretta relazione con le manifestazioni aurifere primarie presenti nella fascia collinare che si estende a sud di Ovada, ove affiorano rocce facenti parti del complesso metaofiolitico-calcescistoso noto col nome di Gruppo di Voltri.

Le manifestazioni aurifere primarie si collocano in rocce ultramafiche tettonizzate e serpentinizzate, derivate da originarie lherzoliti, all’interno di dislocazioni tettoniche verticali con sviluppato scorrimento in direzione nord-sud (shear zones) che, in genere, mettono in contatto le lherzoliti con altri tipi di rocce; localmente assumono invece giacitura suborizzontale, in corrispondenza di estese fasce milonitiche che evidenziano fenomeni di scorrimento e brecciatura delle masse lherzolitiche più superficiali. Sono costituite da corpi lenticolari di breccia serpentinitica alterata e cementata da reticolati di vene quarzoso-carbonatiche, solo localmente da veri e propri filoni quarzosi compatti, e si estendono per poche diecine di metri, raramente per qualche centinaio, con spessore variabile dal decimetro a qualche metro, ma sono talora numerosi e ravvicinati tanto da poter costituire giacimenti unitari. Nel complesso costituiscono un particolare tipo di roccia, indicato nella vecchia letteratura col nome di idrotermalite ed oggi più internazionalmente noto come listwaenite, derivato da carbonatizzazione e silicizzazione di ultramafiti ad opera di fluidi idrotermali. All’interno delle vene di quarzo, ma anche nel materiale serpentinitico alterato, si trovano minerali metallici, per lo più di dimensioni microscopiche e in forma dispersa: soltanto localmente si hanno piccole concentrazioni di pirite microgranulare o grosse plaghe di altri solfuri. La paragenesi metallica è costituita da oro, pirite, marcasite, calcopirite, pirrotite, blenda (sfalerite) galena e tetraedrite, ai quali si associano minerali componenti le serpentiniti; particolarmente abbondanti sono i prodotti limonitici di alterazione di colore rossastro e, in alcune vene, di microdiffusioni di un minerale verde cromifero (fuchsite). L’oro è prevalentemente presente allo stato libero, sia nella ganga quarzosa che nel materiale limonitico, in plaghette che in genere non superano il millimetro; in alcune druse e geodi si possono comunque trovare piccoli cristalli con abito ottaedrico e aggregati dendritici centimetrici. Il contenuto è molto vario ed irregolare, anche nell’ambito della stessa vena: nei filoni più ricchi si possono localmente raggiungere e superare i 200 grammi per tonnellata di roccia, ma il tenore medio, anche nel minerale scelto, è di pochi grammi. Il metallo è costituito da una lega con contenuti medi dell’85% di oro, 15% di argento e tracce di rame ed altri elementi.

Filoni e vene quarzose sono tipicamente idrotermali e l’origine dell’oro va cercata nelle rocce ultramafiche incassanti, che ne contengono sempre discrete anomalie. La presenza dell’oro è stato infatti riconosciuta anche al di fuori delle vene mineralizzate: nelle lherzoliti è presente in tracce, mentre nei live